Bominaco

A quasi mille metri d’altezza, attraversato il paese di Caporciano e lambita la sua frazione Bominaco, subito appare nitido il semplice profilo del prezioso Oratorio di San Pellegrino e volgendo lo sguardo poco più in alto, tra il verde dei pini, si scorge lentamente l’aristocratica mole della chiesa di Santa Maria Assunta, uniche testimonianze superstiti di quella che fu per lungo tempo una fiorente abbazia benedettina.

Ricostruire la storia del complesso abbaziale è molto difficoltoso poiché sono andate disperse le carte dell’archivio e soprattutto è andato perso il Regestum actorum et scripturarum S. Mariae de Bominaco, in seguito alla soppressione dell’abbazia avvenuta nel 1762, già da tempo avviatasi alla decadenza ed in rovina.

Per ricomporre il complicato mosaico bisogna affidarsi a documenti, inerenti Bominaco, conservati presso l’Archivio della Cattedrale di S. Panfilo a Sulmona, come le bolle pontificie indirizzate ai vescovi di Valva, ed alle cronache di altri centri monastici quali il Chronicon Farfense compilato da Gregorio di Catino, della fine dell’XI secolo. Per la costruzione del monastero si scelse un luogo di indubbia importanza strategica, a ridosso della Via Claudia Nova ma soprattutto in prossimità di uno dei più importanti tratturi abruzzesi, il L’Aquila-Foggia, proprio nel suo punto d’incontro con il tracciato fratturale Centurelle-Montesecco che scende verso Navelli percorrendo l’altipiano omonimo, e si dirige seguendo l’asse NO-SE verso il monastero di San Clemente a Casauria per poi proseguire nell’area frentana: una importante via di comunicazione, un punto di passaggio obbligato che favorì indubbiamente lo sviluppo e la successiva floridezza dell’abbazia. Dal Chronicon Farfense, nel quale abbiamo la prima menzione del monastero per il quale è usato il toponimo Mamenaco in luogo di Bominaco, apprendiamo della originaria dipendenza di questo dall’abbazia di Farfa, dipendenza che durerà per tutto l’XI secolo: infatti una conferma di beni a Farfa da parte di Enrico II nel 1014, ci dà modo di ipotizzare anche una precedente attività monastica nel comitato valvense per le chiese di Sancti Peregrini et Sancte Marie cum pertinentiis earum in quibis comes Oderisius noviter monacos locavitque antiquitus ipsius monasterii fuerunt et modo reacquisitae sunt.

Sempre nel Chronicon, a proposito di un diploma di Corrado II il Salico emesso nel 1027 ed inerente ancora una conferma di beni, ritroviamo citato Oderisius, figlio di Bernardo dei Marsi conte di Valva. Quindi si rileva un vivace e continuato interessamento dei sovrani nella prima metà dell’XI secolo appunto con Enrico II e Corrado II, ma anche nella seconda metà dello stesso secolo con Enrico III ed Enrico IV, soprattutto tenendo conto delle conferme di privilegi riferite ancora a Farfa, nelle quali è ripetutamente menzionato il conte Oderisio, identificato abitualmente con il fondatore del monastero di Bominaco, in conseguenza ad una serie  di donazione e lasciti che effettuò in favore di questo monastero, comunque appartenente a Farfa. Lo storico Antinori che consultò personalmente l’archivio bominacense ed il Regestum actorum et scripturarum nel 1742, indica il monastero come direttamente soggetto all’ autorità del papa e ci fornisce la data esatta in cui avvenne la donazione, il 1001. Questa comprendeva le ville di Caporciano, S. Pio, Ofaniano e Tussio, naturalmente con le relative chiese, case e terre. Lo stesso Antinori però non parla esplicitamente di Oderisio come fondatore, benché i diplomi riportati nel Regesto di Farfa e nel Chronicon lo lascino intuire. Non sappiamo quindi se ci troviamo di fronte ad una fondazione ex novo, allo sviluppo di una già esistente attività monastica oppure ad un ripristino di questa attività interrottasi per qualche ragione e, anche in quest’ultimo caso, Oderisio potrebbe comunque esserne considerato il fondatore. Una fondazione oderisiana non fu considerata dal Celidonio, il quale sposta la datazione alla fine dell’XI secolo basandosi su un documento oggi conservato presso l’Archivio S. Panfilo a Sulmona e giunto a noi in copia datata 26 Dicembre 1321: qui si attesta che nel 1093 Ugo filium Gerberti de genere francorum dona al capitolo di S. Pelino e al vescovo Giovanni il monastero edificato in onore della beate Dei genetricis et sempre virginia Marie et sancti Peregrini martiris……cum ipsum castellum de Mamenacu e le sue pertinenze. Lo stesso Ugo donò un anno prima sempre alla cattedrale valvense, il monastero di San Benedetto in Perillis situato non lontano da Bominaco: l’ipotesi di identificare in Ugo di Gerberto il fondatore del monastero è in realtà priva di fondamento in quanto tutti i possedimenti indicati nel suo atto sono gli stessi già citati dal conte Oderisio, come egli stesso osserva, si può così concludere che si è trattato di una semplice donazione, come se ne effettuarono molte nel medioevo, proredemptione animae suae. Ciò che sarebbe interessante appurare, ma la mancanza di fonti non lo permette, è come il normanno Ugo sia entrato in possesso di beni in precedenza appartenuti a Farfa. Quello che è certo, è che il passaggio di Momenaco e di tutti i suoi possedimenti alla diocesi valvense andò a ledere direttamente gli interessi dell’abbazia di Farfa che in questo momento vede diminuire notevolmente il proprio prestigio e potere in conseguenza dell’incalzante conquista normanna: I benedettini di Bominaco però non accettarono la sottomissione al vescovo di Valva e per difendere la propria autonomia, quella di un’abbazia ben organizzata, relativamente ricca, che esercitava un’azione non solo spirituale su vasti territori, intrapresero una lunga battaglia fatta di contese, rivendicazioni, interventi papali, protrattisi per circa duecento anni.

INDIETRO