Parrocchiale di San Benedetto Abate

Anche per la parrocchiale S. Benedetto non esistono notizie certe sulla sua costruzione. Visto comunque che essa è sorta sui resti del castello di Caporciano, la sua origine va ricercata nel declino di quest’ultimo. Già nella prima metà del cinquecento il Regno di Napoli iniziò a dotarsi di nuove fortezze militari che potessero resistere alle nuove armi da fuoco (nel 1534 iniziò la costruzione della nuova fortezza aquilana). Di conseguenza persero importanza tutte quelle fortificazioni, come il castello di Caporciano, la cui struttura militare era da considerarsi superata, analogamente a molti castelli medievali abruzzesi che nel Seicento risultavano abbandonato oppure trasformati in residenze nobiliari. Quello di Caporciano subì un duplice destino. Per una parte venne adibito a residenza dei signorotti del luogo e per un’altra parte venne adibito ad uso religioso. E’ dunque da collocare nel Seicento la costruzione della chiesa principale di Caporciano. Due pietre erratiche, rinvenute nel recente restauro sugli angoli opposti della facciata della chiesa, ci forniscono interessanti spunti. In particolare quella a destra riporta una frase di Vincenzo Ferreri, dichiarato Santo nel 1455, e la frase è un’incitazione a lodare e onorare Dio poiché è giunta l’ora del giudizio e si chiude…. “Veniamo a te o Cristo come pastore così il cammino sarà svelato. A.D. 1600”. Il Santo, nato in Spagna, evangelizzò i popoli nel mezzogiorno di Francia, in Piemonte e in Lombardia, e predicò contro gli eretici. Suo tema particolare era quello di annunciare l’imminenza del Giudizio Universale. Morì in Bretagna. Poiché il culto del Santo si diffuse nel centro Italia proprio intorno al ‘600, è ragionevole supporre che la data riportata nella pietra possa riferirsi al momento in cui fu incisa. Inoltre la frase risulta particolarmente adatta per l’ingresso di un luogo di culto, e perciò è verosimile che la pietra sia stata scolpita proprio per essere posta all’ingresso della chiesa di S. Benedetto. Altre notizie storiche ci vengono dall’archivio parrocchiale. Fino ad allora la parrocchia di Caporciano era stata la chiesa di S. Pietro. Le controversie sul possesso della parrocchia, che era già stata sotto la giurisdizione del Vescovo di Valva, si dilungarono per molti anni. Nel 1580 – quand’era vescovo Mariano da Racciaccaris – i monaci celestini chiesero alla Corte Romana di poter far valere i loro diritti sulla parrocchia di Caporciano. Anche in questo caso la disputa durò a lungo. Il Papa Alessandro VIII infine decise a danno degli Abati di Collemaggio ed a favore del Vescovo aquilano Ignazio de Lazarda il quale rese visita per la prima volta alla sua nuova parrocchia nei giorni 19 e 20 settembre 1692 e decretò che le due parrocchie allora esistenti S. Pietro e S. Liberato – fossero riunite con il titolo di S. Liberato Abate e Martire e che si provvedesse di un curato perpetuo con il titolo di Arciprete. Tre anni dopo, nel 1692, il Vescovo dell’Aquila, spedì la bolla al primo arciprete Don Angelo De Mattheis, che rimase a Caporciano fino alla sua morte avvenuta nel 1732. Da tali eventi si deduce che qualche cosa di nuovo ed importante era successo a Caporciano: era stata costruita una nuova chiesa, laddove il centro abitato si era ormai già ampiamente costruito e sviluppato e dove prosperavano già gli edifici dei signori. La rinuncia alla parrocchia di S. Pietro avveniva a favore di un nuovo edificio più grande che poteva ospitare l’alto numero di cittadini che sicuramente il paese già contava. L’ultimo consistente ampliamento dell’ex castello, nel versante est, è datato 1689. Evidentemente è facile supporre che la seconda metà del ‘600 fosse stato per Caporciano un periodo particolarmente attivo e florido tale da consentire al centro di dotarsi di una chiesa di dimensioni certamente considerevoli che andò ad occupare la parte ovest del vecchio castello, definendo un nuovo assetto urbanistico a tutta l’area circostante.

Il catino absidale interrompe il tratto di cortina della fortificazione e parte della muratura della chiesa è stata realizzata con materiale di recupero proveniente dal disfacimento del recinto fortificato. La definizione dello spazio urbano antistante l’edificio è dovuto ad interventi successivi, del settecento, ottocento e novecento. La parrocchia rimase con il titolo di S. Liberato fino al 15 maggio 1808 quando prese il nome di S. Benedetto Abate e vennero espulsi i monaci celestini diventandone proprietari i parroci. Dalla relazione fatta nel 1876, a seguito della visita pastorale del vescovo dell’Aquila M.L.Filippi, emerge fra l’altro che nel 1848 la chiesa fu oggetto di un piccolo ampliamento di cui però non si è trovato riscontro nelle strutture dell’edificio. L’ecleettismo ottocentesco, ne determinò un gusto neo-classico assai ricorrente nell’aquilano. Il restauro eseguito nel 1996, ha permesso di datare anche questa fase. Gli stucchi, i cornicioni, i putti, gli stilemi sono stati realizzati da Ferdinando Passacantando ed ultimati con firma su un fregio della volta il 19 ottobre 1880. Solo nel 1935 la chiesa fu decorata con i finti marmi delle lesene, la foglia oro e la colorazione a tempera. Le decorazioni, furono eseguite con il contributo del popolo e per elargizione dello stesso arciprete Don Francesco Marimpietri di S. Demetrio. Durante il restauro del 1996, dopo la prima descialbatura sono venute alla luce le firme autografe di molti caporcianesi che durante le esibizioni canore sulla cantoria apponevano la loro firma sui muri, secondo una pessima abitudine dalle radici profonde. L’ultima firma ritrovata portava la data del 1934. Prima della realizzazione degli stucchi eseguiti nel 1868, vennero richiuse due nicchie poste sul catino absidale lateralmente all’altare maggiore. Altri lavori furono eseguiti nel 1906 allorquando si pavimentò con graniglia di cemento, ora fatiscente, la zona dell’altare maggiore.

Interno La pianta della chiesa è a croce latina, con un presbiterio rialzato di tre gradini su cui poggia la balaustra in cemento policromo realizzata nel 1935 da parte di tal Veneziani dell’Aquila. L’edificio è adorno di dieci cappelline laterali, più l’altare maggiore. Al centro del transetto, si staglia la cupola coperta con un tamburo ottagono. Particolarmente apprezzabile è l’armonia creata dalle proporzioni sapienti del suo interno: il giusto equilibrio tra la pianta e l’alzato le conferiscono un aspetto quasi maestoso derivante più dal gusto rinascimentale che dal concetto della spazialità barocca. La copertura a botte è realizzata con cannucciato e gesso ancorati su una struttura portante in legno. La partitura orizzontale è scandita da campate grandi e piccole alternate, in corrispondenza delle campate più larghe la volta a botte si conclude con una lunettatura che contiene ampi finestroni. L’ingresso è coperto dalla cantoria che ha un organo a canne realizzato alla fine del settecento, probabilmente ad opera del famoso organaro Fedeli. Particolarmente interessante è il pavimento in pietra, presente su quasi tutta la chiesa che, nella fascia centrale, è policromo con intarsi di pietre rosse e nere. La precedente pavimentazione in mattonelle di cotto è rimasta come testimonianza storica negli angoli degli altari delle cappelline laterali. L’assetto interno attuale della fabbrica, è stato definito alla fine dell’’800 sul modello delle chiese di S. Giovanni nel convento di Capestrano e della cattedrale di S. Massimo dell’Aquila. Anche le successive decorazioni del 1934 sono state eseguite simili a quelle.

Esterno- L’esterno dell’edificio è impostato ad estrema semplicità e non rispecchia certamente la sontuosità interna. Il paramento murario è in pietrame incerto a faccia vista senza intonaco; la facciata è conclusa molto semplicemente con un timpano.

Così come già detto, in questa chiesa sono stati eseguiti numerosi interventi di restauro nel corso degli anni soprattutto per arrestare il degrado degli elementi strutturali e decorativi. L’ultimo intervento, tuttora in corso, interessa il ripristino delle coperture e il restauro delle decorazioni interne. Gran parte dei tetti, ad esclusione della zona di ingresso revisionata dal Genio Civile negli anni ’70, è stata ripristinata con una struttura portante metallica su supporti reticolari e lamiera recata, poggiante su cordoli di coronamento. Questa soluzione è stata scelta in quanto molto leggera e duratura nel tempo. I decori all’interno della chiesa, sono stati restaurati e ripristinati dal pittore-decoratore Di Valerio che ha mostrato sensibilità e capacità interpretativa seguendo le indicazioni della direzione dei lavori. Senza modificare l’impostazione ottocentesca delle pitture, si è provveduto a ridare più calore all’ambiente e ad esaltare le decorazioni degli undici altari con foglia oro e finti marmi. Particolarmente apprezzabile è stato il risultato ottenuto con l’intervento sui capitelli, sugli evangelisti, all’imposta della cupola e sulle statue, mediante il lavaggio delle superfici. Anche il nuovo impianto di illuminazione ha esaltato il gusto neo-classico della chiesa con illuminazione indiretta posta sul cornicione di imposta della volta e con la valorizzazione degli aspetti architettonici più significativi.

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