Chiesa di San Pietro in Valle

L’edificio come si presenta oggi nella sua veste suggestiva a ridosso di una valle il cui bosco ghermisce ormai la chiesetta, è databile alla prima metà del 1200. Indagini di natura archeologica, condotte nel corso di un restauro del 1990, ne hanno arricchito la conoscenza storica. In tale circostanza furono rinvenute quattro sepolture terragne alle spalle dell’abside e in ciascuna delle quattro fosse, scavate direttamente nella terra e ricoperte con materiale di reimpiego da vicine strutture antiche demolite, sono state identificati i resti di più corpi umani. La presenza di alcuni frammenti ceramici (acromi e a vetrina pesante) fanno supporre che l’inumazione risalga al IX-X sec. La successiva costruzione della chiesa causò probabilmente lo spostamento delle tombe e l’unione di più sepolture. La presenza di materiali romani è forse indizio dell’esistenza di un ben più antico edificio romano i cui resti sono sepolti forse sotto la chiesa. Varie notizie riportate dall’Antinori, dal Bindi e dal Celidonio, così come detto in premessa, parlano di un’antica chiesa intitolata a San Cesidio della quale manca peraltro una identificazione certa. In uno scritto del 1957 di Mons. Equizi:”Storia dell’Aquila e della sua diocesi”, l’autore ritiene che l’antico titolo di S.  Cesidio sia stato mutato in quello di S. Benedetto, l’attuale parrocchia, in occasione del passaggio ai benedettini. Tale supposizione tuttavia è assai improbabile per vari motivi:

La chiesa di S. Benedetto, così come risulta dai documenti parrocchiali, fu intitolata a San Liberato nel 1692 e conservò questo nome fino al 1808, quando prese quello attuale di S. Benedetto.

Il titolo di San Cesidio comincia a comparire negli scritti antichi già a partire dalla fine dell’anno mille, ed è assai improbabile che essa potesse trovarsi sul luogo in cui nel 1200 fu costruito il castello. Escluso quindi che S. Cesidio potesse essere il primo impianto dell’attuale parrocchiale e non avendo rinvenuto alcun fatto architettonico nell’abitato di Caporciano, sufficientemente conservato nella parte antica, che indicasse un altro sito per la chiesa di S. Cesidio, non resta che supporre che detto edificio si trovasse sul luogo dell’attuale chiesa di S. Pietro. D’altronde, vari resti alto medievali presenti nella chiesa di S. Pietro e, come detto in premessa, gli scavi archeologici effettuati recentemente, ci indicano chiaramente già dal IX-X secolo la presenza di vita religiosa sul luogo. Si può dunque affermare che il primo edificio religioso sorto a Caporciano, sia la chiesa di S. Cesidio, molto probabilmente ubicata sul luogo dell’attuale chiesa di S. Pietro. Per conoscere la storia di S. Pietro, seguiremo quindi le vicende relative alla chiesa di S. Cesidio. Caporciano, prossimo a Bominaco e a S. Benedetto in Perillis, dovette certamente dipendere da questi monasteri. Bominaco faceva parte del territorio di proprietà dell’Abbazia Benedettina di Farfa fin dalla metà del X sec. Le notizie riportate dalle fonti, relativamente ai due complessi monastici di Bominaco e S. Benedetto, sono spesso discordanti tra loro. E’ tuttavia ipotizzabile che S. Cesidio facesse parte delle proprietà di Bominaco e, visto che tutta la zona fu soggetta per un lungo periodo al Monastero di S. Benedetto, che fosse parte anche di quest’ultimo. Una fonte ci dice che le chiese e i beni di alcuni paesi, fra cui Caporciano, vennero concessi nel 1001 da Oderisio, figlio di Bernardo conte di Valva, al cenobio di Bominaco. Da un successivo documento del Codice Diplomatico Sulmonese, sappiamo che nel 1092 S. Cesidio fa parte del Monastero di S. Benedetto e che viene menzionata nell’atto di donazione che Ugo di Gerberto fa nel medesimo anno a favore della diocesi Valvense. I monaci di Bominaco nel 1093 si opposero tenacemente a questa donazione e la controversia venne portata al giudizio del Papa, ma la curia romana, con alterne vicende, diede ragione ora agli uni ora agli altri. In queste aspre contese, che si protrassero fino alla fine del XIII sec., un altro passaggio importante per la chiesa di S. Cesidio è contenuto in una bolla che il Papa Clemente III emanò il 15 aprile 1188. La bolla descrive tutti i territori compresi nella Diocesi Valvense e fra i possedimenti viene menzionato “in Caporzano S. Cesidio, cum ecclesii”. Nella contesa la parte vincente è dunque la Diocesi Valvense, anche se i Monaci di Bominaco mantengono una forte autonomia. Tuttavia le liti, che riesplodono nel XIII sec., vengono temporaneamente placate, come già detto, dall’editto che Carlo d’Angiò emana nel 1271 con cui prende sotto la sua protezione S. Benedetto in Perillis e quindi S. Cesidio. Abbiamo anche accennato che la chiesa resterà sotto la protezione reale fino a quando nel 1294, per ordine del Papa Celestino V appena eletto fu aggregata alla Badia Moronese. La bolla conservata nell’Archivio Vaticano recita…..”Nos igitur predictam ecclesiam Sancti Cesidii de Caporzano cum omnibus possessionibus…..Intorno alla metà del 1200 fu quindi costruita la nuova chiesa che conservò almeno inizialmente il nome di S. Cesidio e fu poi intitolata a S. Pietro. E’ di questo periodo infatti un affresco di “eccezionale importanza e qualità” come definito da Giuseppina Magnanimi che ne curò il restauro nel 1970.

 L’affresco, staccato e ora conservato nel Museo Nazionale D’Abruzzo rappresenta sulla sinistra la Deposizione con la Vergine che custodisce in un’ampolla il sangue di Cristo,le Pie donne, due devoti e S. Benedetto che mostra la regola. Nel clima storico di forti contese, a cui abbiamo più sopra accennato, l’immagine di San Benedetto che mostra la regola può anche essere interpretata come un’affermazione del potere benedettino. Il tema iconografico della Madonna Regina che custodisce l’ampolla con il sangue di Cristo, molto diffuso in Francia, fa ipotizzare la realizzazione dell’opera nel periodo in cui la chiesa fu sotto la protezione di Carlo d’Angiò (1271-1294) e avvalora la tesi secondo cui la chiesa di San Cesidio, menzionata ancora in documenti del 1294, coincidesse con la chiesa di San Pietro: Nel secolo successivo, la chiesa venne arricchita con uno splendido ciborio di gusto leggermente goticheggiante e di tre edicole con le medesime fattezze. Altri reperti, tra cui un affresco datato 1430, sono la testimonianza di un continuo arricchimento di cui l’edificio fu oggetto fino a metà del XV sec. E’ ipotizzabile che inizialmente la chiesetta fosse di dimensioni più piccole e che il primitivo ingresso si aprisse sulla facciatella dell’ala destra del transetto. Il successivo ampliamento, non più tardo del XIV sec., comportò lo spostamento del ciborio che fu addossato alla parete affrescata con pitture della fine del trecento. Il ciborio fu poi staccato dalla parete di fondo, nel corso del restauro del 1970. Numerosi altri affreschi, databili fino al XV sec., sono conservati nell’edificio. L’attuale forma della chiesa, liberata anche da murature ottocentesche addossate alle ali del transetto, è riconducibile alla croce greca, con copertura a timpano e con gli esterni improntati a molta semplicità. E’ tuttavia forte la suggestione che ne deriva dall’aspetto leggermente rupestre, distaccato ed inserito in una cornice paesaggistica di grande emotività. Un documento del 1929, dell’allora podestà Francesco D’Alessandro, ci dà notizia di alcuni lavori eseguiti nell’antica chiesa……”quasi abbandonata da moltissimi anni”. I lavori consistettero nella trasformazione del cimiterio ad ossario, nella sistemazione del tetto, degli infissi e del “Piazzale della Rimembranza”secondo l’enfasi fascista dell’epoca.

Nel corso di un restauro eseguito a cura della Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistico-Storici dell’Abruzzo nel 1969-70 si provvide a liberare l’edificio da alcune superfetazioni nelle ali laterali ed effettuare il distacco del pregevole affresco citato nel testo.

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