Santa Maria Assunta
Appare chiaro che gli avvenimenti documentati ci aiutano a delineare dell’abbazia di Bominaco non la storia bensì una storia, anche se importante e per noi fondamentale. Non conosciamo mille altri aspetti della vita del monastero, dei suoi abitanti, fedeli alla regola di San Benedetto che ebbe grandissima fortuna in tutto l’Occidente latino, dediti alla preghiera, allo studio e al lavoro, e che lasciarono tante tracce in tutto l’Abruzzo, nella cultura e nel paesaggio. Al vuoto lasciato dalla mancanza di fonti possiamo in alcuni punti ovviare esaminando gli edifici rimasti, testimoni e frutto di precisi momenti storici: la chiesa di S. Maria Assunta e l’Oratorio di S. Pellegrino. La prima è l’edificio principale, la chiesa abbaziale, la cui intitolazione apre subito un problema. I diplomi imperiali citati, da quello di Corrado II del 1027 a quello di Enrico V del 1118 ai quali va aggiunta la bolla di Leone XI del 1051, parlano sempre, riferendosi al monastero, di ecclesia sancti Peregrini, mentre solo dall’atto di donazione di Ugo di Gerberto del 1093 appare la doppia intitolazione alla Madre di Dio, Deigenetricis, e a S. Pellegrino. Sembra si assista nel corso del tempo ad un cambiamento di dedica, cosa non inusuale, da S. Pellegrino alla Vergine Maria, visto anche che il primo non appare né nell’iscrizione dell’ambone né in quella del più tardo altare dedicati entrambi alla Vergine e probabilmente in seguito a questo cambiamento si decise la costruzione dell’oratorio legato esclusivamente al culto del santo martire. La costruzione della chiesa abbaziale iniziò probabilmente tra gli ultimissimi anni dell’XI secolo e i primi di quello successivo. L’edificio è maestoso, elegante, severo.
La facciata, frutto di una singolare fusione tra il tipo a coronamento orizzontale e quello a capanna spezzata, è una vasta superficie composta da conci di pietra ben squadrati e levigati, interrotta al centro, in basso, da un solo portale con architrave ed archivolto decorati, che cela la tripartizione interna. In alto una grande monofora arcuata è arricchita da quattro leoni posti, due per lato, alla base e al punto d’innesto dell’arco, tra i quali si alzano due lesene provviste di capitelli ad inquadrare lateralmente la finestra, che ricorda da vicino gli esiti pugliesi.
Il monastero si sviluppava sul fianco sinistro della chiesa, come testimonia l’analisi delle partiture murarie, sul quale le quattro finestre che vi si aprono e le due porte che collegavano l’abbaziale direttamente agli ambienti monastici, mancano di qualsiasi decorazione, esattamente all’opposto di ciò che riscontriamo sul fianco destro con le cornici delle finestre riccamente decorate insieme all’archivolto del piccolo portale. Sempre sullo stesso lato, nel rialzamento del corpo centrale, corre continua dalla facciate verso le absidi, una cornice ad archetti pensili, sotto alcuni dei quali, quasi casualmente, sono scolpiti grandi fiori, animali, patere. Mirabile per armonia ed eleganza è la zona absidale esterna con tre absidi che si elevano su un’alta zoccolatura e poi si alleggeriscono ancora attraverso un coronamento ad archetti pensili, otto continui per ognuna delle due absidi minori, mentre i nove a doppia ghiera di quella centrale sono tripartiti da due esili semicolonne che, attraverso plinti di classica armonia, salgono trasformandosi a poco più di ¾ dell’altezza in lesene con capitellini a tronco di piramide capovolta, decorati, a loro volta, l’uno con un’aquila ad ali spiegate rappresentata frontalmente e l’altro con una foglia d’acanto che, in alto, accenna a ripiegarsi su se stessa. Sull’abside maggiore tra finestre con cornice decorata si aprono a dar luce all’interno, mentre per quelle minori ne è riservata una. L’analisi stilistica della scultura architettonica delle pareti d’ambito deve partire dal portale di facciata la cui decorazione, come si è detto, è limitata all’architrave e all’archivolto. Questo, a sesto pieno, è composto da una doppia cornice, l’interna verticale e l’esterna leggermente inclinata verso l’altra. Su entrambe, benché capovolta, la stessa decorazione a palmette stilizzate continue, racchiuse ognuna in anelli che si dipartono da lembi generatisi dalla loro stessa base, ha un carattere puramente grafico con una prevalenza della linea rispetto al modellato. Inevitabile a questo punto è il confronto con i portali della chiesa abbaziale di S. Liberatore a Maiella presso Serramonacesca (PE), soprattutto con l’archivolto del portale laterale destro di facciata. Ma direttamente collegabile a Bominaco è l’archivolto del portale di S. Pietro ad Oratorium presso Capestrano, datato al 1100 grazie ad un’iscrizione, nel quale, constatando una precisa citazione del modello fornito da S. Liberatore, rileviamo un’altrettanto precisa volontà di allontanarsene attraverso una nuova e locale interpretazione. Proprio ciò accade nel nostro portale, dove punte di originalità si raggiungono nella decorazione dell’architrave con la rappresentazione di un leone centrale, manifesta è l’intenzione di rinunciare alla simmetria, a suddividere cinque foglie racchiuse in anelli continui da cinque fiori che, un sottile nastro a tre bande incornicia insieme e poi, intrecciandosi, raccoglie uno per uno in lacunari. A queste decorazioni sono affini, per sostanza plastica e non per soggetto, le due finestre poste sul lato settentrionale della chiesa in prossimità della facciata e il portale che su questo stesso lato si apre: i tralci vegetali che incorniciano le finestre sono governati ancora da un certo linearismo e la bidimensionalità che ne consegue riappare nell’architrave del suddetto portale, mentre non si riscontra nella cornice esterna del suo archivolto, con otto grandi fiori a doppio giro di petali che si staccano decisi e plastici dal fondo, né tantomeno nella cornice interna composta da una doppia banda, l’una ad ovoli e l’altra a dentelli in un diretto dialogo con l’antico. Tuttavia, il modo di trattare la pietra cambia sostanzialmente nella terza finestra del lato nord in cui l’arioso tralcio generato dalle code di due leoni scattanti e dinamici, non occupa tutto lo spazio disponibile, lasciando emergere ampie porzioni di fondo. Benché la linea costituisca ancora l’elemento dominante, è chiaro il tentativo di dare più sostanza plastica al modellato sorpassando decisamente i limiti imposti dalla bidimensionalità. Lo stesso nelle finestre absidali, ma non in tutte. In quella a sinistra dell’abside centrale, il sinuoso incedere del tralcio, terminante in alto in due teste affrontate di serpenti, è ottenuto per abbassamento di fondo così che le forme appaiono come ritagliate su di questo, generando, nella stilizzazione lineare, un netto contrasto chiaroscurale, mentre nelle restanti tre il il modellato rende corposi e carnosi i tralci e i fiori, intraprendendo ancora un originale, complesso rapporto con gli esiti artistici del mondo antico. Queste tendenze classicheggianti si possono considerare tra le primissimi nel panorama della scultura abruzzese ed avranno più largo e deciso sviluppo, sempre in chiave nuova e in autonoma interpretazione, nel portale della chiesa di S. Clemente al Vomano vicinissima cronologicamente all’abbaziale di Bominaco. Sulla base delle considerazioni fatte si potrebbe ipotizzare la presenza di due diverse botteghe di lapicidi, mentre il Gavini nel suo sempre valido studio, attribuisce ad una sola mano l’esecuzione sia delle otto finestre sia del portale nord. All’interno, la navata maggiore larga quasi il doppio delle laterali, è separata da queste mediante due file di robuste colonne che sorreggono archi a tutto sesto, il cui cadenzato andamento è interrotto da due pilastri a sezione cruciforme che, anticipando la zona presbiteriale rialzata di tre gradini, anche per superare il dislivello del suolo roccioso che, in alcuni punti, emerge prepotente dal pavimento, inquadrano un grande arco a sesto pieno. I tre ambienti presbiteriali sono coperti con volte a crociera delle quali la centrale costolonata, mentre il resto dell’edificio presenta una copertura con capriate a vista. In realtà la chiesa di S. Maria Assunta, come si presenta oggi, è frutto di un restauro realizzato negli anni trenta del secolo scorso da Antonio De Dominicis, che ha restituito, ricostruendoli in parte, alcuni elementi d’arredo liturgico ed ha eliminato le aggiunte apportate all’edificio durante i rimaneggiamenti tardo-settecenteschi, documentati da alcune foto. Entrando si rimane letteralmente incantati dalla vigorosa eleganza delle forme e il complesso di opere, dall’ambone alla cattedra, dal ciborio al cero pasquale, contribuisce a rendere la chiesa di Bominaco tra le più complete e preziose testimonianze del medioevo abruzzese. Queste opere si andarono ad aggiungere in momenti successivi mentre gli elementi scultorei interni pertinenti alla fase costruttiva dell’edificio sono solo i capitelli.
Rigorosamente diversi l’uno dall’altro, coronano tozzi fusti per la maggior parte monolitici e nella quasi totalità di reimpiego: il luogo di provenienza di questi pezzi antichi è difficile da definire, probabilmente la vicina città romana di Peltuinum, mentre l’ipotesi di una provenienza dal luogo stesso in cui sorge la chiesa, sul quale la tradizione vuole si ergesse in antico un tempio di Venere, credo che a tutt’oggi non possa essere presa in considerazione. Le colonne si collegano al suolo attraverso plinti quadrangolari di diversa misura ed altezza e basi sagomate, anche queste di varie proporzioni, che interpretano liberamente il tipo attico. Tornando ai capitelli, è nella loro diversità che riscontriamo comunque un unico concetto di fondo, la rielaborazione del capitello corinzio, una scelta probabilmente da legare all’adozione della più classica colonna in luogo del pilastro. Tutti hanno alla base un collarino dal quale si alzano due giri di otto foglie, nel primo lanceolate.
Il passaggio dal cerchio di base al quadrato su cui s’imposta l’arco è risolto da quattro volute angolari accompagnate, in qualche caso, anche da più piccole volute al centro di queste o da grappoli d’uva, o da piccole teste di animali. Superiormente funge da coronamento uno spesso abaco con varie sagomature e in genere con il primo spigolo smussato. Alcuni tra questi capitelli hanno elementi interessanti e degni di nota, come il primo a destra dall’ingresso finemente cesellato anche nell’abaco, quasi metallico nella sua rigidezza e il suo corrispondente a sinistra sul quale indugia di più il trapano mentre lo scalpello, arrotondando le forme, fa scivolare più libera la luce. Nell’insieme si presentano limpidi nella costruzione, nitidi nei profili non frastagliati, unici perché in seguito non ripetuti né imitati. Altri elementi si ricollegano di nuovo alla maniera di S. Liberatore a Maiella, come ennesima testimonianza dell’eredità raccolta dalla nostra chiesa di Bominaco, ovvero i capitelli dei semipilastri a ridosso delle absidi. Qui è utilizzata la cosiddetta “cornice benedettina”, sicuramente l’elemento più caratteristico del S. Liberatore, insieme ai portali di facciata. Nel semipilastro a destra dell’altare la cornice composta da una banda di ovoli, una di foglie a cinque punte, una a dentelli, una a tortiglione e per ultima di nuovo una a dentelli, è abbinata a un frammento romano decorato a lacunari inserito nell’intradosso dell’arco che su quel capitello si imposta, mentre un altro frammento ancora in un sottarco, è inserito tra la quarta e la quinta colonna sempre sul lato destro della chiesa. I riferimenti ai modelli antichi nella plastica architettonica non vanno letti come una pedissequa imitazione di questi, bensì vanno intesi come una citazione dell’antico; la cornice benedettina, inoltre, raccoglie in sé elementi diversi che rielabora riproponendoli in maniera spontanea, non in un semplice recupero o in una volontà di ritorno a quella condizione. Nella seconda metà del XII secolo la chiesa si arricchì grazie all’abate Giovanni di un ambone a cassa quadrilatera, posto a ridosso della quarta colonna sul lato sinistro della navata centrale. Sorretto da quattro colonne, tre a fusto liscio ed una alleggerita da scanalature a spirale, sono sormontate da capitelli di raffinata fattura che rivelano una più attenta osservazione del tipo corinzio, con abaco incurvato e sottile, arricchiti tra le volute angolari, da uccelli, da un bucranio con orecchie a foglia e da un basilisco. Si appoggia su questi uno spesso architrave decorato da un plastico tralcio abitato nascente dalle fauci di un leone, la cui testa, raffigurata sullo spigolo verso l’ingresso, gestisce, spartendola straordinariamente, l’intera composizione. La cassa ha una decorazione scarna, essenziale. Si è voluto dare maggior risalto alla massa intesa in senso puramente architettonico, con ampie svecchiature sulle quali grandi fiori sbocciano solitari. Il lettorino semicilindrico, con quattro voluminose colonnine archivoltate interrompe, senza compromettere l’armonia d’insieme, il susseguirsi di linee dritte ed angoli retti. Una fascia con una sequenza di puntute foglioline d’acanto corre intorno al davanzale immediatamente al di sotto di un listello liscio. “La scuola valvense si manifesta chiarissima, oltre che nell’ispirazione classica dei particolari di questo ambone, nel gusto squisito con cui sono scelti i motivi sempre nuovi e bellissimi componenti i rosoni dell’architrave e dei plutei. Così scrive Gavini nel rilevare le strettissime affinità con l’ambone di S. Pelino a Valva, per il quale si dà una datazione di qualche anno anteriore alla nostra. Ma non è solo in senso decorativo che si riscontrano delle tangenze; dal punto di vista architettonico, infatti, i due amboni sono sostanzialmente uguali, ma mentre in quello valvense le strutture sono celate, negate da una fitta e raffinata decorazione, nell’ambone di Bominaco queste sono evidenziate attraverso l’inserimento di lesene dotate di base e capitello, che non hanno in realtà funzioni statiche, ma esclusivamente decorative. L’importante iscrizione che l’ambone ospita, fornisce elementi precisi ad inquadrare perfettamente l’ambiente storico nel quale l’opera nacque: partendo dal listello sopra l’architrave e girando fino alla faccia posteriore, prosegue tornando anteriormente in alto sul listello della balaustra in corrispondenza della curva del lettorino. Composta da quattro esametri leonini nella prima porzione e da altri quattro nella seconda, l’iscrizione si conclude con i primi versi dell’Ave Maria:
+ ANNIS M (illenis) OCTUAGENIS PRESULE TUNC MAGNO CURULE SEDENTE ALEXA (ndro)
(r) EGIS PRESCELTI SUB TE (m) PORIBUS GUILIEL/MI
HOC OPUS EXCELSU (m) MANIBUS CAPE VIRGO MARIA QUEM
CUSTODIA PRIMA
SACRISTE PETRI SIMUL ABATISQUE IOANI
HIC QUI CORDE PIO PRIMIS FAMULAN/TUR AB (ann)IS
QUI D(eu) ETERNU (m) TRIBUAT C (on) SCENDERE REGNU (m)
QUI LEGIT HOS TANDEM SE(m)P(er)FATEATURETAM(en)
AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM.
Innanzitutto abbiamo una data precisa per la dedica, il 1180, poi il nome dell’abate che reggeva in quell’anno il monastero, il già citato Giovanni, il nome del papa, Alessandro III che morirà l’anno successivo, e quello del re Guglielmo II. Prima di giustificare la presenza nell’iscrizione di questi personaggi è bene analizzare l’altro elemento dell’arredo liturgico commissionato sempre dall’abate e da lui dedicato, la cattedra abbaziale. Collocata al centro del banco presbiteriale di tipo esecrale, preceduta da tre gradini, fu rinvenuta e ricomposta durante i lavori di restauro accennati, utilizzando solo pochi pezzi frammentari. Tuttavia lo storico Antinori nel settecento vide la cattedra ancora in situ,ne diede una descrizione e ne fornì un disegno, mentre Gavini, quasi due secoli dopo riesce a costatarne solo le dimensioni approssimative in base alle tracce sul muro dell’abside. La cattedra è composta da un’alta spalliera cuspidata, ingentilita da una stretta cornice decorata da foglie d’acanto continue, quasi integralmente di restauro e da due braccioli con le facce esterne decorate. Il fianco sinistro presenta un’iscrizione composta da quattro esametri, che aggiunge un elemento in più per completare quella dell’ambone. Partendo dal listello superiore esterno del bracciolo, prosegue all’interno della specchiatura spezzandosi in corrispondenza di una figura che indossa abiti vescovili, ricavata a bassorilievo:
+ M(illenis) ANNIS OPUS HOC CAPE CHR(ist) EIOH (ann) IS
HIS CUM CENTENI IUNGANT (ur) OCTUAGENI NONDUM TRANSAC/TO TUNC ANNO/CURREREQ(ua)RTO
ABBATIS VERI CA/PIATISAGMI/NACE/LI
L’abate Giovanni dedica a Cristo la cattedra nel 1180, facendosi ritrarre sulla stessa. Le vicende che videro l’elezione dell’abate sono state accennate, ma è opportuno ora analizzare altre particolarità. Per prima cosa l’epigrafe definisce Giovanni abbatis veri e la figura al centro del pannello conferma la definizione attraverso la rappresentazione di tutti gli attributi vescovili, dal pastorale retto con la mano destra, alla pianeta, fino alla mitra bicorne. Queste insegne potevano essere conferite anche ad un abate ma solo se la sua abbazia dipendeva direttamente dalla Chiesa di Roma e, di conseguenza, non era soggetta ad alcuna diocesi. I fatti però contrastano con ciò perché si ricorda che, dopo l’elezione di Giovanni nel 1168 e la sua benedizione da parte di papa Alessandro III ottenuta dai monaci con un sotterfugio, ci fu un ricorso dei valvensi che ne ottennero l’annullamento dallo stesso papa il quale obbligò in sostanza i monaci di Bominaco a chiedere l’assenso alla diocesi alla quale il monastero era sottoposto, ovverosia Valva. Inoltre l’iscrizione nel terzo verso indica come non ancora trascorso il quarto anno, che credo sia da riferire al quarto verso e di conseguenza all’abbaziato di Giovanni. Ciò potrebbe indicare che, dopo l’annullamento papale, il riconoscimento ufficiale e la benedizione da parte del vescovo valvense e del papa a seguire, siano arrivati intorno al 1176, visto che il quarto anno dell’abbaziato trascorreva nel 1180. Da qui ci si può ricollegare all’iscrizione dell’ambone che cita il papa, il re, ma non il vescovo della diocesi.
Si potrebbe in conclusione ipotizzare che l’atteggiamento assunto attraverso le iscrizioni prima e il ritratto poi, sia da inserire appieno nella contesa Bominaco-Valva e sia da interpretare come un riconoscere solo l’autorità di Alessandro III e la diretta dipendenza da Roma, ignorando del tutto, a ribadire la propria autonomia, il vescovo e la diocesi che rivendicavano a loro volta la proprietà del monastero. E’ da notare inoltre che nel disegno eseguito dall’Antinori la figura dell’abate risulta ricoperta e non leggibile, tanto che lo storico la interpreta come “una specie d’arme”. A quanto pare Giovanni subì una sorta di damnatio memoriae che sarebbe confermata anche da ciò che si rileva essere accaduto sulla facciata esterna del bracciolo destro dove, malgrado le integrazioni resesi necessarie a causa della frammentarietà del pezzo, sono chiari i segni di scalpellature atte ad eliminare la primitiva raffigurazione, che non sappiamo se verificatasi però contemporaneamente alla copertura dell’altra e quindi se ad essa collegabile. Per quanto riguarda la raffigurazione di Giovanni, il suo occultamento potrebbe essere avvenuto in concomitanza alla definitiva sottomissione di Bominaco che nel 1343, chiese ed ottenne l’approvazione di Valva per la nomina dell’abate, il quale giurò fedeltà ed obbedienza alla diocesi, e da qui si rese necessario coprire quell’immagine troppo compromettente ed allusiva. Dal punto di vista puramente formale i braccioli presentano una diversa decorazione: per il lato destro si utilizzano esclusivamente fogliette d’acanto in doppia fila sulla superficie delle lesene, mentre particolarmente appuntite e complesse sono quelle singole sui capitellini; il lato sinistro presenta invece un tralcio fiorito generato in basso da una testa di bue sulla lesena posteriore e sempre un tralcio, ma molto meno naturalistico, con ramificazioni desinenti in corpi di animali, per quella anteriore. Benché la cattedra sia da ascrivere ad una mano diversa rispetto a quella che eseguì l’ambone, sembrerebbe lecito considerare le due opere relative ad un unico intervento di arricchimento ed abbellimento della chiesa, dovuto all’abate Giovanni, come le date confermano, e come confermano anche alcuni elementi decorativi utilizzati, quali la cornice a foglioline d’acanto e il medesimo tipo di lesene con le basi tagliate lateralmente. L’arredo liturgico aumenta grazie ad un altro abate, Berardo, il cui nome compare sul bordo della mensa dell’altare consacrato nel mese di Ottobre del 1223, sotto il pontificato di Onorio III e l’impero di FedericoII, dedicato a Dio, alla Vergine Maria e a tutti i santi:
+ ANNO D.M. CCXXIII M(ense) OCT(obre) XIIINDIC(tione)
PONTIFICAT(us) D(omi) N(i) HONORII PPIIIAN(n)O VIII
I(m)PERII FR(iderico) AN (n)O III T(em)P(or)E BER(ardi) ABB(at)IS
HOC ALTARE DEDICATUM E(est) AD HO(no)REM D(e) IB(e)ATE
M(ari) EVIR(ginis) ET O(mn) IU(m)S(an)C(t)ORUM.
L’altare, punto sacro per eccellenza e cardine di ogni edificio sacro, è posto, rialzato su un gradino, al centro del presbiterio e reca sul fronte, rappresentato in altorilievo, l’Agnello crocifero simbolo del sacrificio, soggetto ricorrente nella decorazione degli altari.
Nel suo studio sull’architettura in Abruzzo, descrivendo l’interno della chiesa abbaziale di Bominaco, Gavini si sofferma su tre capitellini poggiati sul pavimento della chiesa e, ricollegandoli ad un quarto visto precedentemente in una piccola piazza del paese, ne deduce che “probabilmente dovevano comporre il ciborio dell’altare maggiore”. Infatti durante i lavori di restauro se ne è tentata una ricomposizione utilizzando quanto rimasto: pochissimi pezzi tra i quali i suddetti quattro capitelli, l’architrave posteriore e parte di quello destro, due colonne e qualche colonnina della copertura.
L’effetto è di grande eleganza ed armonia. Le colonne architravate sorreggono una copertura composta da un tronco di piramide ottagonale, sostenuta a sua volta da ventiquattro colonnine, sul quale se ne appoggiano altre otto, coronate da una piccola piramide, sempre ottagonale, come lanterna. Questo motivo della doppia piramide sovrapposta si ritrova anche nel ciborio di S. Pietro ad Oratorium con l’adozione però, nel primo ordine, di slanciati archetti a sesto acuto. A completare questo eccezionale insieme, per qualità e quantità, di elementi che compongono l’arredo liturgico, c’è il raffinato candelabro pasquale, un unicum per tipologia nel panorama abruzzese. Stilisticamente connesso agli esiti artistici dell’Italia Meridionale, in particolare dell’area apulo-campana, è composto da un fiero leone stiloforo stante, per il quale si stenta a credere che possa sorreggere la sinuosa, ma imponente “colonna a duplice fusto ritorto a spirale”. Nell’originalissimo capitello che la sovrasta il modulo corinzio è sempre meno riconoscibile e più che una rielaborazione possiamo definirla una reinvenzione: dal collarino di base si alzano stilizzate foglioline lanceolate sulle quali, attraverso un delicatissimo lavoro di scalpello, sono ricavati dei fragili e complicati motivi vegetali che, girando tutt’intorno alla campana intervallati in basso da piccoli fiori, si staccano completamente dal fondo, mentre animaletti mostruosi ad uccelli rivolgono le teste, quali innesti ornamentali, verso le volute angolari. Al di sopra, a chiudere la composizione, una base cilindrica decorata da foglie d’acanto era destinata ad ospitare il cero pasquale. I rapporti con il sud d’Italia portano cronologicamente ad includere l’opera in età federiciana o post-federiciana e di conseguenza ad una datazione alla metà del tredicesimo secolo.